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Concerto 13 ottobre 2018

Festival Organistico

Concerto sabato 13 ottobre 2018 – ore 19:00

CHIESA DI SANTA MARIA DI GALLORO

Festival per il restaurato organo di Galloro

LINA UINSKYTE violino

MARCO RUGGERI organo

 



 



Marco Enrico Bossi(1861-1925)
Ora gioiosa, op. 132 n. 5

Antonio Vivaldi(1678-1741)
Le Quattro Stagioni da
Il cimento dell’armonia
e dell’invenzione op. VIII

(adattamento per violino e organo
di Marco Ruggeri)

 

 

 

Il Duo UINSKYTE - RUGGERI, costituitosi nel 2012, affronta autori dal Barocco al Novecento, sia brani originali, sia trascrizioni dal pianoforte o dall’orchestra. Quest’ultimo campo è quello di maggior interesse del Duo, alla ricerca di nuovi repertori concertistici sfruttando le potenzialità timbriche e orchestrali dell’organo. Fra le trascrizioni più eseguite (tutte realizzate dal Duo), vengono proposte "Le Quattro Stagioni" di Vivaldi, il Concerto per violino di Kabalewski, il Concerto gregoriano di Respighi, il Concerto militare di Bazzini e un vasto repertorio di autori tra Otto e Novecento (Cilea, Pilati, Veretti, Ponchielli, Rota, Schnittke, Stravinsky).
Intensa l'attività concertistica (in Italia e all’estero) e discografica, sia con l'organo che con il cembalo, per etichette italiane (Elegia) ed estere (Fugatto e Brilliant). Il Duo ha ottenuto importanti riconoscimenti di critica, tra cui "5 stelle" Radio Classica (dicembre 2014) per "Le quattro Stagioni" e "5 stelle" dalla rivista Amadeus (dicembre 2015) per il CD "The Lingiardi orchestra-organ... for a violin".



GENZANO DI ROMA



NOTE AL PROGRAMMA

Il concerto si apre con una celebre pagina di Marco Enrico Bossi, il maggiore organista italiano a cavallo tra Otto e Novecento. Concertista di fama internazionale, docente e direttore di Conservatorio, oltre ad una grande quantità di brani organistici Bossi ci ha lasciato una importante produzione di musica sacra, cameristica, sinfonica. Il brano in programma, l’Ora gioiosa, di carattere festoso e virtuosistico, è tratto dall’opera 132, una delle più importanti dell’autore, stampata a Lipsia nel 1910.
Le celebri Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi sono quattro concerti appartenenti alla raccolta “Il cimento dell’armonia e dell’invenzione” op. VIII, pubblicata ad Amsterdam nel 1725.
Il genere del “concerto” era molto diffuso all’inizio del Settecento e consisteva in un pezzo per orchestra con strumento solista, suddiviso in tre movimenti: un tempo veloce all’inizio (di solito indicato come “Allegro”), un tempo lento e cantabile centrale (indicato come “Adagio”, o “Andante” o simili) e, per concludere, di nuovo un tempo veloce.
Vivaldi scrisse moltissimi concerti, talmente noti ed ammirati da essere anche copiati e trascritti per strumento a tastiera da importanti compositori: il più celebre di tutti, Johann Sebastian Bach, ad esempio, trascrisse per clavicembalo e per organo parecchi concerti vivaldiani e da questi assorbì fortemente lo stile compositivo italiano.
Tra le centinaia dei suoi concerti, quattro hanno un aspetto singolare perché sono ispirati alle quattro stagioni dell’anno. Vivaldi ha utilizzato quattro sonetti, ciascuno intitolato ad ogni stagione, e da essi ha tratto immagini e situazioni che poi ha cercato di rappresentare attraverso la musica. Vivaldi però non si limita a descrivere aspetti caratteristici delle stagioni e della natura (ad esempio il canto degli uccelli) ma anche le attività dell’uomo nei momenti dell’anno (ad esempio la vendemmia in autunno) e i sentimenti dell’uomo nei confronti degli eventi naturali (la paura per il temporale, la gioia per l’arrivo della primavera).
Un tema festoso annuncia la Primavera, cui segue l’imitazione del canto degli uccelli, il mormorio delle acque dei ruscelli e la brezza primaverile. Sopraggiungono lampi e tuoni a movimentare la natura; di nuovo il canto degli uccelli e il tema principale. Nel tempo lento centrale (“Largo”), Vivaldi descrive contemporaneamente tre situazioni: il capraro che dorme (affidato al tema del violino), il mormorio delle foglie mosse dal vento (mano destra dell’organo) e il cane che abbaia (mano sinistra e pedale).
L’Allegro finale evoca una festosa danza pastorale.
Nell’Estate ci aspetteremmo qualche tema festoso, solare; invece Vivaldi preferisce descrivere la calura, la pesantezza dell’afa o, come si legge nelle didascalie a margine della musica, la “languidezza per il caldo”. Nella giornata afosa sentiamo il verso del cucco, della Tortorella e del gardellino, fino a quando sopraggiungono i venti: prima il dolce zeffiro, poi borea, il vento impetuoso. Il tempo cambia, la giornata si fa cupa ed ecco allora il pianto del contadino che teme l’arrivo della burrasca. Il temporale è in arrivo, il primo tempo si conclude con i venti minacciosi.
Nel secondo tempo compaiono le mosche e i mosconi, anch’essi agitati per il cambio di pressione. Vivaldi descrive il fastidio che arrecano alle persone e, intanto, si sentono i tuoni da lontano.
Finalmente, nel terzo tempo, ecco il grande temporale, con fulmini, tuoni, grandine e vento impetuoso.
Nell’Autunno Vivaldi non descrive eventi naturali, ma l’attività e i comportamenti dell’uomo. Ecco quindi il ballo degli abitanti delle campagne, i villanelli, che festeggiano il raccolto. E, nella festa, non possono mancare gli ubriachi. Qui Vivaldi sprigiona la propria fantasie per descrivere gli ubriachi barcollanti attraverso rapidi arpeggi, cambi di ritmo, scale modulanti. A un certo punto gli ubriachi si addormentano, poi irrompe il tema del ballo che conclude il primo tempo.
Il secondo tempo è tutto dedicato a descrivere il sonno dell’ubriaco: il carattere è tranquillo ma non si tratta di un sonno sereno; è pur sempre il sonno di un ubriaco, quindi musicalmente ricco di passaggi arditi, cambi di tonalità e un senso di instabilità generale. Nel terzo tempo Vivaldi dipinge una scena di caccia: prima il tema vigoroso introduttivo, poi gli spari dei fucili (rappresentati da pesanti accordi), l’abbaiare dei cani (reso con rapidi tremoli), la bestia impaurita che fugge tra i campi (imitata dalle note velocissime del violino) e poi ferita e morente, infine, a conclusione, di nuovo il tema gioioso della caccia.
L’atteggiamento imitativo si spinge nell’Inverno verso vette molto impegnative: Vivaldi vuole infatti imitare l’inimitabile, il ghiaccio, reso efficacemente con note ribattute e dissonanti. Rigidi accordi servono poi a Vivaldi per rappresentare il tremare causato dal freddo gelido. Arriva il vento, ma non si tratta degli zeffiri primaverili o dell’energico vento che annuncia i temporali estivi, bensì di un vento spaventoso e “orrido”: ecco allora scale e arpeggi in tonalità minore e poi accordi ribattuti che imitano il battere dei denti e dei piedi.
Nel secondo tempo la scena si sposta all’interno della casa: un dolce e celebre tema del violino richiama il calore del caminetto, ma in lontananza si sente il ticchettio della pioggia che cade, imitata con il pizzicato – a varie velocità – dell’accompagnamento. Si ritorna all’esterno nel tempo finale con l’imitazione del camminare sopra il ghiaccio: a volte si scivola veloci, altre si procede adagio e con timore, poi si cade, di nuovo si corre fin che il ghiaccio non si spezza. Giunge il vento, ma stavolta è il tiepido vento di scirocco e dunque Vivaldi lo richiama recuperando il tema dell’afa estiva. Ma ecco il vento dell’inverno, bòrea, e poi tutti gli altri insieme in un turbine finale che chiude l’opera.
“Quest’è ‘l verno” – conclude Vivaldi – “ma tal che gioia apporta”.

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